I pellet d’importazione devono provenire da fonti sostenibili

Gli esperti del settore attendono nei mercati europei una quota in crescendo di pellet d’importazione dal Nord America e dall’Europa dell’Est. Markus Mann, direttore delegato della Westerwälder Holzpellets GmbH, spiega nell’intervista con Pelletshome.com, come la crescente concorrenza internazionale si ripercuote sulla sua azienda, produttrice regionale di pellet, e quali sono secondo lui le condizioni per avere pellet d’importazione da fonti sostenibili.

Signor Mann, cosa ne pensa in veste di produttore regonale di pellet dell’aumento dell’importazione di pellet da oltreoceano?
Sono da considerare due aspetti. Il calore proveniente dalla combustionedi pellet è sicuramente una buona soluzione per il mercato, anche per diminuire l’uso dei combustibili fossili. L’importante per i pellet d’importazione è la produzione il il cosidetto Carboon-Footprint, il bilancio di CO2. Se i pellet d’importazione provengono fa fonti ecologicamente valide e da progetti di riforestazione allora per me sono accettabili. è importante avere calore verde ed energia verde in combinazione con un’economia forestale sostenibile ed ecologica. Pco tempo fa mi hanno offerto pellet dalla Francia, provenienti da un impianto produttivo funzionante a carbone e che usa energia nucleare. Per me questo non va bene.

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E il secondo aspetto?
L’importazione di pellet significa sicurezza d’approvigionamento e stabilità per il consumatore. E per i produttori regionali tedeschi non è necessariamente una concorrenza. Attualmente produciamo in Germania pellet che costano ca. 210 – 225 €, mentre a Rotterdam arrivano per nave pellet che costano 160-170 €. Poi ci sono i costi logistici, cioè altri 30-40 € a tonnellata. Quindi i pellet d’importazione costano qualcosa di meno, ma per fortuna ci sono anche criteri qualitativi che sono a favore dei pellet e dei rivenditori regionali.

Teme che l’immagine dei pellet regionali ne possa soffrire?
Sicuramente ci saranno molte domande. Spero che i consumatori richiedano sempre di più il Carbbon-Footprint e il marchio qualitativo dell’Angelo Azzurro.

Secondo Lei cosa può fare il settore?
Spiegare le differenti produzioni, gli effetti sulla logistica e le certificazioni di produzione sostenibile ed ecologica.

Teme la nuova concorrenza, che può creare una pressione sui prezzi?
Bisogna sicuramente aver rispetto degli sviluppi. Già adesso c’è una pressione sui prezzi, basta vedere come il prezzo del pellet in Germania del Nord è minore rispetto alle altre zone della Germania..

Nel mercato libero non è uno sviluppo naturale?
Sì, non si può evitere. Alla fin fine decide il consumatore. Comunque c’è un’economia di mercato e nessun monopolio.

Negli Stati Uniti ci sono già impianti che producono pellet con la certificazione ENplus e che quindi sottostanno a severi standard ecologici. Questo va bene, vero?
Per me va bene. Come detto è importante nella produzione come viene prodotto, ad esempio senza l’uso di energia atomica o da centrali a carbone.

La sua azienda pellettizza non solo più segatura proveniente dalla segherie, ma anche legame. Perchè?
Materiali alternativi sono sempre più ricercati. Noi togliamo la corteccia al legname e lo spezzettiamo per l’essicamento e la pellettizzazione. La corteccia è usata come combustibile nella centrali a biomassa. Niente va buttato via. Ed inoltre si può immaggazzinare legname non adatto alle segherie per usarlo poi in inverno, e si secca durante l’estate.