Foresta-legno-energia, una filiera trascurata

Le foreste occupano il 36% del territorio, ma il prelievo di legno dell’ultimo decennio è in media di circa 8 milioni di m3 annui, cioè poco meno del 25% dell’incremento annuo di biomassa prodotta. L’Italia ha così diversi record negativi nell’importazione di biomasse. Una risorsa da tutelare e valorizzare con una gestione veramente sostenibile.
Matteo Monni e Vito Pignatelli
25 novembre 2013
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La straordinaria varietà e bellezza del paesaggio italiano è il prodotto di secoli di attività agricole e forestali che hanno costituito nel tempo il principale agente modificante di vaste aree di territorio, caratterizzandone l’estetica e alterando gli equilibri di ecosistemi preesistenti, intrinsecamente predisposti a fenomeni di degrado dei suoli e di dissesto idrogeologico. Non dimentichiamoci che il nostro Paese, un po’ per motivi strutturali, un po’ per ragioni “culturali”, risulta essere al quarto posto nel mondo per il numero di vittime annue causate da frane e alluvioni.

Le frane stimate in Italia sono oltre 486mila e interessano un’estensione di circa 21 mila km2, pari al 6,9% del territorio nazionale. Inoltre, per i danni conseguenti a questo fenomeno, quantificati nell’ordine di 2 miliardi di euro annui, l’Italia è seconda solo al Giappone.

Fintanto che l’uomo ha presidiato tali aree, il loro dissesto è stato contrastato con tenacia e continuità attraverso il ricorso a specifiche pratiche agricole e silvicolturali, oltre che da una capillare rete di opere di regimazione delle acque e di stabilizzazione dei versanti. Dagli anni ‘50 a oggi, per effetto dello sviluppo industriale e del conseguente processo di inurbamento della popolazione, si è verificata una progressiva riduzione del presidio e della manutenzione delle opere di protezione, in modo particolare nelle zone montane e collinari.

Tuttavia, anche l’eccessivo sfruttamento delle aree pianeggianti, attraverso il ricorso a una meccanizzazione spinta delle lavorazioni del suolo, ha condotto alla genesi dei fenomeni di dissesto e degrado (frane superficiali, erosione, compattazione, perdita di sostanza organica, ecc.).

Il territorio del nostro Paese soffre, dunque, sia per la carenza, sia per gli eccessi di interventi umani; due aspetti apparentemente antitetici, ma che in realtà sono le due facce della stessa medaglia. Una medaglia che andrebbe assegnata al demerito di quegli amministratori che per tanto tempo hanno pianificato poco e legiferato male.

La gravità della situazione a cui siamo giunti è facilmente comprensibile se si considera che nel corso degli ultimi 40 anni (dai primi anni ‘70 al 2010), con una particolare accelerazione a partire dagli anni 90, la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) è diminuita di circa 5 milioni di ettari (il 28% del totale) passando da 18 a 13 milioni di ettari (vedi figura).

Estensioni che equivalgono a quelle di Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme, per una diminuzione dei terreni coltivati avvenuta al ritmo di quasi 350 campi da calcio ogni giorno.

Al contempo, la superficie occupata da boschi è praticamente raddoppiata, passando dai circa 5,5 milioni di ettari censiti nel 1959 ai quasi 11 milioni del 2010. Tale incremento non è però frutto di una politica lungimirante di tutela e “rinaturalizzazione” del territorio, ma è principalmente dovuto alla ricolonizzazione spontanea da parte della vegetazione boschiva di terre agricole e di pascoli per l’interruzione delle attività agrosilvo-pastorali. La dinamica descritta ha quindi ben poco di positivo, essendo generata dall’abbandono che inevitabilmente lascia spazio a cementificazione e incuria.

Il progressivo avanzamento delle aree edificate porta all’impermeabilizzazione dei suoli (soil sealing), insidiando in modo irreversibile l’organizzazione del territorio, del paesaggio e degli ecosistemi. Inoltre, costituisce una potenziale minaccia per la sicurezza alimentare, sottraendo all’agricoltura i terreni maggiormente produttivi.

D’altro canto, l’abbandono di aree rurali e dei boschi, seppur meno grave da un punto di vista ambientale, ha una rilevanza maggiore in termini di superfici interessate. In questo caso il processo è potenzialmente reversibile e non impedisce alcune funzioni naturali ed ecologiche del suolo, quali l’assorbimento dell’acqua piovana, la produzione di biomassa e la sua capacità di immagazzinare CO2.

In entrambi i casi occorre comunque trovare rimedi incisivi e in tempi rapidi. Per affrontare questi problemi il Ministero delle Politiche Agricole e quello dell’Ambiente hanno elaborato nel 2013 le Linee guida per la valutazione del dissesto idrogeologico e la sua mitigazione attraverso misure e interventi in campo agricolo e forestale, con lo scopo di definire obiettivi di sviluppo e tutela delle aree in questione sulla scorta delle analisi svolte da istituti di ricerca e riordinate in sinergia con i principali organi e istituzioni preposti. Gli interventi individuati per avviare un processo di sviluppo sostenibile su scala nazionale sono:

l’adozione diffusa di buone pratiche agricole e forestali per ridurre l’erosione del suolo, le frane superficiali, le piene dei fiumi, gli eventi alluvionali, ecc.;
la conservazione della risorsa suolo, della naturalità e biodiversità del territorio preservando le superfici coltivate e la loro fertilità e limitando l’uso di fertilizzanti, erbicidi e antiparassitari; inoltre, si prevede la riqualificazione degli ecosistemi degradati curando e ripristinando i corridoi ecologici (siepi, filari, fasce tampone, vegetazione ripariale);
il mantenimento e la gestione della copertura forestale, anche di aree marginali, garantendone l’efficacia sul controllo dell’idrologia superficiale, dell’erosione dei versanti e dell’assorbimento del carbonio;
l’incremento dell’occupazione giovanile, in particolare per la realizzazione di opere di consolidamento e rinaturalizzazione.

Come ben descritto dal Piano di Settore della Filiera Legno (2012-2014), realizzato dal Ministero delle Politiche Agricole, i boschi italiani, che storicamente hanno rappresentato un’importante risorsa economica, hanno notevolmente diminuito la loro funzione produttiva per la sensibile riduzione delle tante attività legate alla gestione del bosco. Le ragioni che nel tempo hanno concorso allo spopolamento e al calo delle iniziative imprenditoriali nel settore forestale vanno ricondotte principalmente a questioni strutturali e strategiche, come per esempio le difficili condizioni orografiche, la scarsa viabilità d’accesso in bosco, l’alto costo della manodopera, la forte frammentazione della proprietà terriera, la complessità (e inadeguatezza) del panorama normativo e vincolistico nazionale e regionale, la scarsa organizzazione della filiera e la scarsa remunerazione del prodotto da parte dei mercati.

Tuttavia, l’articolata filiera nazionale del legno continua a essere una realtà produttiva e occupazionale vitale, che interessa all’incirca 80mila aziende e più di 500mila lavoratori, oltre ad avere ampi margini di sviluppo che potrebbero limitare le importazioni dall’estero (2/3 del fabbisogno interno) con prodotti interamente made in Italy.

Nonostante le foreste occupino una quota importante del nostro territorio (il 36%) il prelievo di legno dell’ultimo decennio ha registrato una media vicina agli 8 milioni di m3 annui (dati ISTAT), che equivale a poco meno del 25% dell’incremento annuo di biomassa prodotta, contro il 65% della media europea.

Per inciso, come illustrato da ITABIA e AIEL in occasione di un recente convegno organizzato dal Coordinamento FREE (Fonti Rinnovabili Efficienza Energetica) presso il GSE, i dati riferibili al mercato del legno nazionale mostrano valori pressoché paradossali.

Infatti, a dispetto delle risorse nostrane potenzialmente utilizzabili, abbiamo parecchi record nell’import, piazzandoci come:

6° importatore mondiale di legno
2° importatore europeo di legno (dopo UK)
1° importatore di legno da Balcani e Sud Europa
2° importatore europeo di legno tropicale
1° importatore mondiale di legna da ardere
4° importatore mondiale di cippato
1° importatore mondiale di pellet a uso residenziale.

Le condizioni affinché si definisca un sistema di gestione delle foreste volto a ottimizzarne le funzioni protettive e produttive, riconoscendo la loro multi-funzionalità, sono presenti e andrebbero soltanto evidenziate e ben inserite in un quadro programmatico coerente di sviluppo territoriale per enfatizzarne le ricadute positive ambientali, economiche e sociali. Il miglioramento della qualità delle produzioni forestali nazionali e dell’efficienza della filiera foresta-legno ed energia si colloca all’interno della strategia nazionale del Programma Quadro per il Settore Forestale (PQSF), nel rispetto degli impegni sottoscritti a livello internazionale e UE dal nostro Paese in tema di cambiamenti climatici, biodiversità e commercializzazione del legno.

A oggi, però, l’atteggiamento politico e culturale nei riguardi della valorizzazione del patrimonio boschivo fa ancora riferimento al Regio Decreto n. 3267 del 1923, conservando un approccio “vincolistico e restrittivo”, ormai anacronistico, che complica notevolmente l’attivazione di azioni e investimenti necessari a garantire la gestione e la tutela del territorio, la salvaguardia della biodiversità e la lotta al cambiamento climatico. Il sistema normativo vigente (vedi box nel pdf) ha piuttosto come diretta conseguenza sulle imprese del settore un aumento dei costi e dei tempi amministrativi, per questioni di tipo burocratico, riducendo la loro competitività e depauperando il contesto socio-economico legato alla presenza del bosco, con buona pace della tanto decantata multifunzionalità.

In tale quadro, lo sviluppo della bioenergia, soprattutto se pianificato in un’ottica di filiera locale sostenibile, potrebbe contribuire ottimamente all’attivazione di iniziative virtuose per una corretta gestione dei boschi.

Per esempio, una soluzione tecnologica ottimale per gli ambiti territoriali in questione potrebbero essere gli impianti di teleriscaldamento alimentati con le biomasse residuali derivanti dalle utilizzazioni forestali. Questi impianti possono soddisfare il fabbisogno termico (calore e acqua calda sanitaria) di più utenze, fino a servire interi centri abitati o distretti industriali di piccole-medie dimensioni. Oltre alla valorizzazione di risorse locali rinnovabili ed economicamente convenienti rispetto alle fonti fossili, questo tipo di installazioni presentano significativi vantaggi in termini di sicurezza ed efficienza rispetto all’impiego di tante piccole unità (stufe, caminetti, ecc.), spesso obsolete, con basse rese energetiche e prive di sistemi di filtraggio per l’abbattimento dei fumi.

È importante notare che, anche in mancanza di specifiche misure di supporto, esistono in alcuni territori montani (principalmente nelle aree alpine e comunque nel Nord del Paese) numerose realizzazioni che testimoniano – nonostante le difficoltà – la volontà di avviare filiere locali di approvvigionamento di biomassa derivante principalmente dalla gestione forestale, come nel caso della Valtellina o delle Province autonome di Trento e Bolzano. Per esempio, nel distretto energetico delle tre centrali di teleriscaldamento presenti nei Comuni di Tirano, Sondalo e Santa Caterina Valfurva, l’uso di biomassa legnosa negli ultimi 5 anni si è orientato sempre più verso il materiale proveniente dalla gestione dei boschi locali, passando dal 10,4% del totale della biomassa utilizzata nel 2008 al 51,7% nel 2012, come mostrato nella tabella.

Ultimamente si registra un sensibile aumento di interesse per questo tipo di realizzazioni anche in aree del Centro, fino a quelle più fredde del Sud, e un recente studio svolto dalla FIPER (Federazione Italiana Produttori di Energia da Fonti Rinnovabili) ha stimato l’esistenza in tutto il Paese di circa 800 Comuni non metanizzati che potrebbero trovare conveniente (in termini economici e ambientali) realizzare reti di teleriscaldamento a biomassa.

Un discorso per molti versi analogo può essere fatto per l’uso della legna e di altri combustibili solidi (cippato e pellet) derivati dalle biomasse legnose per il riscaldamento su scala domestica. In questo caso, tenuto conto dei vari vantaggi dei biocombustibili rispetto ai concorrenti di origine fossile, l’attuale normativa prevede diverse misure incentivanti, come il “Conto Termico” (D.M. del 28 dicembre 2012) e le temporanee detrazioni IRPEF, volte a stimolare la sostituzione degli impianti termici con caldaie domestiche a legna, cippato e pellet a elevata efficienza e sicurezza. A tale scopo è auspicabile un perfezionamento del quadro di riferimento normativo facendo converge gli aiuti economici in un unico meccanismo di sostegno che definisca le maggiori garanzie di sostenibilità e di durata nel tempo.

In conclusione, sarebbe un risultato eccellente se si riuscisse a ricomporre il puzzle di uno sviluppo sostenibile incastrando le tante tessere in cui si articola il panorama delle emergenze e delle relative necessarie soluzioni. Riuscire a rivitalizzare l’economia in aree a rischio di marginalizzazione, curando il patrimonio forestale, prevenendo e arginando i disastri ambientali e producendo energia da fonti rinnovabili, richiederà un notevole sforzo di volontà e una molteplicità di iniziative mirate su cui vale la pena insistere.

L’articolo è stato pubblicato sul n.4/2013 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Il valore del bosco”